materia
È il caso più chiaro, in questo libro, di una parola che si svuota lentamente fino a rompersi. Nella scolastica, materia traduceva la hýle di Aristotele: il principio potenziale che riceve la forma, inseparabile da essa e privo per sé d...
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Volume IV · 18. Essere è essere percepito
È il caso più chiaro, in questo libro, di una parola che si svuota lentamente fino a rompersi. Nella scolastica, materia traduceva la hýle di Aristotele: il principio potenziale che riceve la forma, inseparabile da essa e privo per sé di qualsiasi determinazione. Aveva un ruolo preciso in una teoria del divenire. Cartesio, nel capitolo decimo, la ridefinisce come pura estensione geometrica, togliendole le forme e le qualità: resta una realtà densissima di conseguenze fisiche, ma senza nulla di ciò che la percezione le attribuiva. Locke, nel capitolo precedente, le toglie anche l'ultima consistenza: la sostanza materiale è un supposto non so che cosa, un supporto di cui non abbiamo idea e che teniamo per non lasciare le qualità sospese in aria. Berkeley si limita a fare l'ultimo passo, ed è il gesto di un ragioniere più che di un mistico: cancella dal bilancio una voce che non ha mai prodotto entrate. Il suo argomento non è che la materia sia impossibile — è che è inutile. Si noti che la fisica del Novecento, per altre strade e con altri strumenti, ha fatto qualcosa di non del tutto dissimile: ha smesso di descrivere la materia come sostanza dotata di proprietà intrinseche e ha cominciato a descriverla come insieme di relazioni misurabili. Nessuno, oggi, direbbe che Berkeley aveva ragione; ma nessuno userebbe più la parola nel senso che lui contestava.