esse
L'atto per cui una cosa è: ciò che di più intimo si trova in essa. Non la proprietà più generica, ma la più intensa.
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Volume III · 6. L'essere e l'essenza
È l'infinito del verbo essere usato come sostantivo, e in italiano non ha una traduzione soddisfacente: si rende con «essere», che è la stessa parola, o con «atto d'essere», che è una perifrasi. La difficoltà è reale e va affrontata, perché la lingua qui rema contro. Quando diciamo «questo tavolo è», sentiamo il verbo come la cosa meno interessante della frase: un connettivo, quasi una virgola. Da lì l'idea, che ha attraversato la filosofia moderna, che «essere» sia il concetto più povero — quello che resta quando si è tolto tutto il resto, e che perciò non dice nulla. La tesi di Tommaso è esattamente opposta, ed è meglio enunciarla nella sua forma più forte: l'essere non è ciò che resta quando si toglie tutto, è ciò che si toglierebbe per ultimo. Insomma la sua attività più radicale, e non la proprietà più generica di una cosa: «reggersi in essere» al posto di «esserci». Da questa scelta dipende una divergenza che percorre tutto il resto del volume e arriva al quarto. Se l'essere è il concetto più povero, la metafisica è una grammatica: studia come parliamo delle cose. Se è l'atto più intenso, la metafisica studia una realtà. Duns Scoto, al capitolo quindicesimo, prenderà la prima strada per ragioni sue e la porterà lontanissimo. Ockham, al diciassettesimo, la userà per svuotare l'inventario del mondo. E nel Novecento un filosofo tedesco costruirà un'intera opera sulla tesi che l'Occidente, dopo i greci, si sia dimenticato la domanda — cosa che a chi ha letto questo capitolo sembrerà, come minimo, discutibile.
Come la richiudono le mappe di fine capitolo
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L'atto per cui una cosa è: ciò che di più intimo si trova in essa. Non la proprietà più generica, ma la più intensa.