intenzione
Da intendere, tendere verso. Sposta il giudizio morale dall'atto compiuto alla direzione di chi lo compie.
Compare in volume II
Dove viene aperta
Volume II · 21. Sì e no
Dal latino intendere, tendere verso: la stessa immagine dell'arco puntato su un bersaglio. Chiamare l'intenzione con questo nome significa dire che l'atto morale è anzitutto una direzione. Prima di Abelardo la morale cristiana latina lavorava soprattutto su categorie di atti: elenchi di peccati, tariffari di penitenze, cataloghi di opere. I libri penitenziali altomedievali sono, alla lettera, prontuari: per questa colpa tanti giorni di digiuno. L'etica dell'intenzione sposta il baricentro dall'atto a chi lo compie, e ha due effetti opposti. Il primo è liberatorio: nessuno è giudicabile dall'esterno, e la moralità non si misura sui comportamenti visibili. Il secondo è inquietante, e i contemporanei lo videro subito. Se l'unico criterio è la coscienza di chi agisce, e la coscienza non si vede, allora non c'è più un criterio pubblico. Ne consegue che due persone possono compiere lo stesso gesto atroce, una in buona fede e una no, e che soltanto una delle due ha peccato — mentre la vittima è la stessa. Abelardo lo ammette e distingue: l'atto resta oggettivamente sbagliato e va impedito; la colpa personale è un'altra cosa. È una distinzione che il diritto moderno ha fatto propria — la differenza fra il fatto e l'elemento soggettivo del reato — ed è per questo che, quando si legge questo trattato oggi, sembra più contemporaneo di quasi tutto ciò che lo circonda.
Come la richiudono le mappe di fine capitolo
- Volume II · 21. Sì e no
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Da intendere, tendere verso. Sposta il giudizio morale dall'atto compiuto alla direzione di chi lo compie.