La crepa

ipse

Nel 1990 Ricœur pubblica il libro che porta il titolo di questo capitolo, e vi fa una distinzione che da sola vale la lettura. Identità, in latino, si dice in due modi. C'è l'idem: l'identico, ciò che resta lo stesso attraverso il tempo...

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Volume VII · 27. Il sé come un altro

Nel 1990 Ricœur pubblica il libro che porta il titolo di questo capitolo, e vi fa una distinzione che da sola vale la lettura. Identità, in latino, si dice in due modi. C'è l'idem: l'identico, ciò che resta lo stesso attraverso il tempo perché non cambia. Una pietra ha identità-idem; un'impronta digitale, un carattere immutabile hanno identità-idem. È l'identità della medesimezza, e la si accerta constatando la permanenza. E c'è l'ipse: il sé stesso. Che non è l'invariante ma la capacità di mantenere una parola data. Chi promette qualcosa a qualcuno si impegna a esserci ancora domani come colui che ha promesso, e vi si impegna sapendo benissimo che nel frattempo cambierà idea, gusti, carattere e magari opinione sulla promessa stessa. Mantenerla non significa non essere cambiati: significa rispondere lo stesso. È l'identità della ipseità, e non si constata: si mantiene. Il vantaggio della distinzione è che scioglie un problema vecchio di tre secoli. Il volume quarto mostrava Locke fondare l'identità personale sulla continuità della memoria, e Hume ribattere che nella memoria non si trova nessun io ma solo un fascio di percezioni. La risposta di Ricœur è che avessero ragione entrambi riguardo all'idem — non c'è nessun nocciolo permanente — e che cercassero dalla parte sbagliata. Ciò che tiene insieme una vita è una promessa che qualcuno continua a mantenere, e una storia che qualcuno continua a raccontare. Fra le due identità c'è uno spazio, e in quello spazio abita tutta la vita morale. Un uomo che cambia completamente e mantiene la parola è lo stesso; un uomo identico a sé stesso che non la mantiene non lo è.