Una storia della filosofia contemporanea
La coscienza e l'esistenza
1900 – oggi
Nell'autunno del 1900 esce a Halle, da un editore che stampa soprattutto manuali scolastici, un libro di duecentocinquanta pagine con un titolo che promette poco. L'autore ha quarantun anni, insegna da quattordici senza stipendio, ha pubblicato un solo libro di cui si è pentito, e i suoi corsi hanno pochissimi iscritti.
Non è un catalogo di filosofi. È la storia di un ordine di tre parole che nessuno è riuscito a eseguire fino in fondo — alle cose stesse — e di che cosa hanno trovato quelli che ci hanno provato. Prima si costruisce il metodo, poi il metodo passa di mano, poi arriva in Francia. Infine torna dove serviva davvero: nei laboratori che misurano l'esperienza vissuta, e nelle cliniche.
Resta la difficoltà che il gruppo si portava dietro fin dall'inizio: quando due descrizioni dello stesso fenomeno divergono, non esiste una procedura per decidere quale sia giusta.
- Capitoli
- 38
- Parole
- 100.804
- Autore
- Gabriele Carboni
Di che cosa parla
Nell'autunno del 1900 esce a Halle, da un editore che stampa soprattutto manuali scolastici, un libro di duecentocinquanta pagine con un titolo che promette poco. L'autore ha quarantun anni, insegna da quattordici senza stipendio, ha pubblicato un solo libro di cui si è pentito, e i suoi corsi hanno pochissimi iscritti. Tredici anni dopo, in una clinica psichiatrica, un medico di trent'anni pubblica un manuale che distingue il capire dallo spiegare e stabilisce dove il capire si ferma. È tuttora in uso, e l'osservazione su cui si regge — che esiste un punto in cui il capire si ferma — è diventata il criterio clinico più usato del secolo.
Fra quella stampa e quella clinica sta il settimo volume di La crepa. Ma non è un catalogo di filosofi: è la storia di un ordine di tre parole che nessuno è riuscito a eseguire fino in fondo — alle cose stesse — e di che cosa hanno trovato quelli che ci hanno provato.
Prima si costruisce il metodo. Husserl dimostra che la logica non è una faccenda di teste, mette il mondo fra parentesi, e passa quarant'anni a descrivere come una coscienza costituisca un mondo: il tempo che si trattiene, il corpo che si muove, l'altro che non è un oggetto fra gli oggetti. E alla fine, da vecchio e messo fuori dall'università, scopre sotto ogni scienza il mondo della vita.
Poi il metodo passa di mano. Attorno a lui si forma un gruppo che lo usa e ne rifiuta gli esiti: Scheler e i valori che si sentono, Edith Stein e l'empatia, Ingarden e gli strati dell'opera d'arte. Poi un assistente di Friburgo cambia la domanda: non che cosa si dia a una coscienza, ma che cosa significhi essere, per un ente che si rapporta al proprio essere. Ne escono Essere e tempo, la svolta, il silenzio, e i quaderni che nel 2014 hanno riaperto tutto.
Poi la Francia. Sartre porta la fenomenologia nei caffè e ne fa una dottrina della libertà; Simone de Beauvoir mostra che non si nasce donna; Merleau-Ponty riporta al centro il corpo che percepisce; Camus rifiuta il salto; Lévinas sostiene che il primo fatto non sia la conoscenza ma un volto che mi obbliga prima che io decida. Poi Ricœur, Gadamer e il pregiudizio come condizione del capire, Derrida.
Infine ciò che ne è rimasto. Il pensiero debole, la lite fra le due tradizioni della filosofia del Novecento e il costo di settant'anni in cui non si sono lette, la fenomenologia della vita, e il ritorno del metodo dove serviva davvero: nei laboratori che misurano l'esperienza vissuta e nelle cliniche.
Ogni risposta risolve un problema e ne apre un altro. Husserl guadagna un terreno assoluto e non riesce più a garantire che ci sia più di una coscienza. Heidegger guadagna la domanda sull'essere e perde ogni criterio per giudicare le proprie scelte. E sotto tutto resta la difficoltà che il gruppo si portava dietro fin dall'inizio: quando due descrizioni dello stesso fenomeno divergono, non esiste una procedura per decidere quale sia giusta.
Quel guasto lasciato aperto — non un crollo, ma la linea sottile che compare proprio dove la costruzione ha retto — è la crepa.
Una storia della filosofia da leggere come una storia, seguendo il filo che unisce un pensiero al successivo: non soltanto che cosa hanno pensato i filosofi, ma perché hanno dovuto pensarlo.
Ogni capitolo ha due riquadri. «Come lo sappiamo» dice su che cosa poggia ciò che si è appena letto, e qui pesa moltissimo: buona parte di questa filosofia è stata pubblicata dopo la morte degli autori, e un carico di manoscritti fu salvato nel 1938 da un frate che li portò fuori dalla Germania. L'altro apre una parola — Leib, Esserci, carne, ipse — e la tiene aperta il tempo di vedere che cosa contiene. In chiusura, una scheda a mappa per chi la materia non deve solo leggerla, ma studiarla.
Centoventi anni passati a descrivere ciò che tutti hanno davanti e nessuno guarda.
Indice
Prologo · Halle, 1901 · Epilogo · Per andare avanti
- 1 Ogni pensiero pensa qualcosa
- 2 La logica non è una faccenda di teste
- 3 Mettere il mondo fra parentesi
- 4 Chi è l'io che resta
- 5 Come si fa un mondo
- 6 Il tempo che si trattiene
- 7 L'altro non è un oggetto
- 8 Il mondo della vita
- 9 Le bestie, le cose, la Terra
- 10 I valori si sentono
- 11 L'empatia e la fine
- 12 Gli strati dell'opera
- 13 Io sono io e la mia circostanza
- 14 La domanda dimenticata
- 15 Verso la morte
- 16 La svolta
- 17 I quaderni neri
- 18 La lettera sull'umanismo
- 19 L'uomo è ciò che fa
- 20 Il pratico-inerte
- 21 Non si nasce donna
- 22 Il corpo che percepisce
- 23 La carne del mondo
- 24 Il credente e il naufrago
- 25 L'assurdo e il diario
- 26 Il volto
- 27 Il sé come un altro
- 28 Il pregiudizio
- 29 La voce
- 30 La lettera muta
- 31 La lite
- 32 Il pensiero debole
- 33 Gli scossi
- 34 Il caso italiano
- 35 I due mondi
- 36 Ciò che eccede
- 37 Il laboratorio
- 38 Il reparto