l'evidenza naturale
Wolfgang Blankenburg lavora con una giovane paziente che non presenta i sintomi vistosi che i manuali associano alla sua diagnosi: non ha voci, non ha convinzioni bizzarre, ragiona bene. Ha però una difficoltà che descrive con parole propri...
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Volume VII · 38. Il reparto
Wolfgang Blankenburg lavora con una giovane paziente che non presenta i sintomi vistosi che i manuali associano alla sua diagnosi: non ha voci, non ha convinzioni bizzarre, ragiona bene. Ha però una difficoltà che descrive con parole proprie, e che Blankenburg riporta perché nessun termine tecnico la rendeva. Dice che le manca qualcosa di ovvio. Non sa come ci si comporta, non nel senso che ignori le regole — le conosce tutte e le può elencare — ma nel senso che deve ricavarle ogni volta con un ragionamento, mentre gli altri sembrano saperle senza pensarci. Dice che le manca il naturale, l'evidenza, il modo in cui una cosa è semplicemente chiara. Ogni situazione va decifrata da capo. Blankenburg chiama perdita dell'evidenza naturale questa condizione, e ne fa il disturbo generatore da cui i sintomi più clamorosi deriverebbero. Ciò che viene meno è lo sfondo di ovvietà su cui ogni capacità si esercita — ciò che il capitolo trentacinquesimo ha chiamato lo sfondo e il capitolo ottavo il mondo della vita. Il punto che rende questa nozione memorabile è la sua parentela con il metodo. Il capitolo terzo ha raccontato la riduzione: sospendere l'atteggiamento naturale, mettere fra parentesi l'ovvietà del mondo, per vedere come si costituisca. Blankenburg osserva che la sua paziente si trovi in quella condizione senza averla scelta e senza poterne uscire — una riduzione fenomenologica involontaria e permanente. Ed è la cosa più vicina a una verifica che la fenomenologia abbia mai ricevuto: ciò che il filosofo produce con uno sforzo di metodo, qui accade a qualcuno per malattia, e ciò che quella persona descrive corrisponde a ciò che il metodo prevedeva.