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La formula che riassume tutto il libro è una parola sola, e Merleau-Ponty la prende da un manoscritto di Husserl che il capitolo quinto ha raccontato. La coscienza, scrive, è originariamente un io posso e non un io penso che. La diffe...
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Volume VII · 22. Il corpo che percepisce
La formula che riassume tutto il libro è una parola sola, e Merleau-Ponty la prende da un manoscritto di Husserl che il capitolo quinto ha raccontato. La coscienza, scrive, è originariamente un io posso e non un io penso che. La differenza si vede in un caso clinico che occupa un intero capitolo del libro. Un paziente di nome Schneider, ferito alla nuca durante la prima guerra mondiale, ha un disturbo singolare. Se gli si chiede di indicare il proprio naso su comando, non ci riesce; se gli si posa una zanzara sul naso, si gratta senza esitazione. Se gli si chiede di eseguire un saluto militare, non sa farlo; se lo si mette in una situazione in cui il saluto è appropriato, lo esegue. Schneider ha perso la capacità di compiere movimenti astratti, cioè non richiesti dalla situazione, e conserva quella di compiere movimenti concreti, inseriti in un compito reale. Ne segue che esistono due strati, e che quello intatto — il gesto che risponde a una situazione — non è una versione più semplice dell'altro: un'altra cosa, che funziona secondo una logica propria. Merleau-Ponty ne ricava che accanto all'intenzionalità di cui parlava Husserl — un atto che mira a un contenuto — esista una intenzionalità motoria: un dirigersi del corpo verso ciò che gli si offre, che non passa per alcuna rappresentazione e che è il modo normale in cui abbiamo un mondo.