presenza
La parola che Derrida usa per nominare il suo bersaglio è metafisica della presenza, e conviene fissarne il senso, perché viene ripetuta ovunque con approssimazione. Non significa che i filosofi abbiano parlato troppo di ciò che esiste....
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Volume VII · 29. La voce
La parola che Derrida usa per nominare il suo bersaglio è metafisica della presenza, e conviene fissarne il senso, perché viene ripetuta ovunque con approssimazione. Non significa che i filosofi abbiano parlato troppo di ciò che esiste. Significa che una lunga tradizione, da Platone in avanti, ha chiamato essere ciò che è presente, e ha organizzato tutto il resto come sua degradazione. Presente è ciò che c'è ora, in persona, senza mediazioni: l'intuizione contro il ragionamento, la voce contro la scrittura, il vissuto contro il segno, la cosa contro la copia, l'origine contro la derivazione. Ogni volta che compare una coppia di questo tipo, uno dei due termini è pieno e l'altro è la sua mancanza: la scrittura è parola conservata, il segno è la cosa in assenza, la copia è l'originale in meno. E ogni volta il termine secondario viene descritto come un accessorio pericoloso — utile, ma da tenere sotto controllo, perché rischia di sostituirsi a ciò che dovrebbe soltanto rappresentare. La mossa di Derrida consiste nel mostrare che il termine pieno non è mai stato pieno, e che ha avuto bisogno del secondario per costituirsi: la parola ha avuto bisogno della scrittura per essere trasmissibile, il presente ha avuto bisogno della ritenzione per essere un presente. Ciò che sembrava un'aggiunta esterna era la condizione interna. Il nome tecnico di questa struttura arriverà nel capitolo seguente. Qui basta la constatazione: l'origine è sempre già in ritardo su sé stessa.