gelassenheit
Alla domanda su che cosa si possa fare, Heidegger risponde con una parola presa dalla mistica renana che il volume terzo ha raccontato: Gelassenheit, che Eckhart usava per l'abbandono in Dio e che l'italiano rende con serenità o las...
Compare in volume VII
Dove viene aperta
Volume VII · 16. La svolta
Alla domanda su che cosa si possa fare, Heidegger risponde con una parola presa dalla mistica renana che il volume terzo ha raccontato: Gelassenheit, che Eckhart usava per l'abbandono in Dio e che l'italiano rende con serenità o lasciar-essere. La definisce con una formula precisa: sì e no insieme agli oggetti tecnici. Servirsene, perché è insensato rifiutarli; e non lasciare che diventino l'unico modo in cui le cose ci si presentano — tenerli, come scrive, fuori di sé, come qualcosa che non ci riguarda nel nostro essere. È la parte più contestata di tutto il secondo Heidegger, e le obiezioni sono due, entrambe serie. La prima è che si tratti di quietismo. Se l'impianto non dipende da noi e non si può contrastare, allora l'unica cosa da fare è attendere, e nel frattempo le decisioni le prende qualcun altro. La frase con cui Heidegger chiuse l'ultima intervista della sua vita — ormai solo un dio ci può salvare — è stata letta in questo senso da quasi tutti. La seconda è che il livello scelto renda invisibili le differenze che contano. Se la tecnica è un destino epocale, allora una centrale nucleare e un campo di sterminio, un ospedale e una catena di montaggio sono manifestazioni della stessa cosa. Il capitolo seguente racconta che Heidegger scrisse esattamente questo, in una conferenza del 1949, e che quella frase è tuttora il singolo passaggio più indifendibile della sua opera.