specie
È il termine tecnico più importante della fisica medievale, e in italiano è diventato irriconoscibile. In latino species significa aspetto, immagine, ciò che si mostra. Nella tradizione dell'ottica araba, arrivata in Occidente proprio...
Compare in volume III e volume VI
Dove viene aperta, e come cambia
Volume III · 3. La luce e il numero
È il termine tecnico più importante della fisica medievale, e in italiano è diventato irriconoscibile. In latino species significa aspetto, immagine, ciò che si mostra. Nella tradizione dell'ottica araba, arrivata in Occidente proprio in questi decenni, indica ciò che un agente qualunque emette da sé in tutte le direzioni: un'immagine di sé, una somiglianza, che si propaga nel mezzo e riproduce l'azione a distanza. La luce emette specie luminose. Ma anche il calore, il suono, la calamita, e — secondo alcuni — le qualità occulte delle cose. Grossatesta e Bacone ne fanno una teoria unificata dell'azione naturale: qualunque causa agisce moltiplicando le proprie specie lungo linee, e la geometria di quelle linee spiega l'effetto. Il vantaggio è enorme: mette sotto un'unica trattazione matematica fenomeni che sembravano diversissimi, e permette di calcolare. Il difetto lo si vedrà molto più tardi, ed è che postula un'entità intermedia — qualcosa che viaggia e che non è né la causa né l'effetto. Nel Trecento Guglielmo di Ockham applicherà il proprio rasoio anche a questa, e sosterrà che le specie sono superflue. Nel Seicento la fisica le abbandonerà del tutto — e le prenderà in giro, perché nel frattempo la scolastica le usava per spiegare qualunque cosa non si capisse. Il posto lasciato vuoto, però, ha dovuto essere riempito, e che ciò che lo ha riempito — l'idea di qualcosa che si propaga nel mezzo fra la causa e l'effetto, con leggi geometriche proprie — non è poi così lontano da quello che nell'Ottocento si chiamerà campo.
Volume VI · 30. Ogni scienza ha la sua filosofia
Il latino species viene da specere, guardare, ed è calco del greco eîdos, che ha la stessa origine visiva: entrambe le parole significano l'aspetto, la forma sotto cui una cosa si presenta. Il volume primo ha raccontato che cosa eîdos fosse in Platone e in Aristotele, e il volume terzo la controversia sugli universali che ne è discesa. In quel quadro la specie è una realtà definita, con confini netti, che appartiene a un ordine gerarchico stabile: ciò che fa di un cavallo un cavallo, e che nessun cavallo può perdere restando cavallo. Darwin fa a quel concetto la cosa più radicale che gli si potesse fare, e la fa senza dichiararlo. Se le specie discendono l'una dall'altra per gradi, allora non hanno confini netti, e in ogni momento della storia della vita esistono popolazioni intermedie di cui non si può dire se siano ancora l'una o già l'altra. Nell'Origine Darwin scrive che considera il termine «specie» come dato arbitrariamente, per comodità, a un insieme di individui che si somigliano. È il punto in cui la biologia rompe con l'ontologia che aveva ereditato. E la controversia di questo capitolo è, a un secolo e mezzo di distanza, ancora quella: se le specie siano cose che si scoprono o partizioni che si tracciano. Il capitolo seguente racconta la teoria che ha prodotto questo problema, e le altre che ha prodotto insieme a esso.