esperienza
Non ciò che un soggetto riceve, ma una transazione fra organismo e ambiente in cui si subisce e si fa insieme. Dewey verso la fine avrebbe preferito la parola cultura.
Compare in volume II, volume III e volume V
Dove viene aperta, e come cambia
Volume II · 23. Le domande naturali
In latino experientia, dal verbo experiri, provare, mettere alla prova. La stessa radice di periculum, il pericolo: fare esperienza, alla lettera, è esporsi. Nel dodicesimo secolo il termine è ancora povero. Indica ciò che si è visto accadere, l'osservazione ripetuta, quello che i medici chiamano il caso clinico. Non indica ancora un esperimento, cioè una situazione costruita apposta per rispondere a una domanda. La differenza è enorme e va segnata bene, perché è ciò che separa questo capitolo dal volume quarto. Adelardo si chiede perché le piante nascano dove nessuno ha seminato e cerca una spiegazione ragionevole; non progetta un dispositivo per verificare quale delle due spiegazioni possibili sia vera. L'esperienza medievale, insomma, è un archivio: la somma di ciò che si è osservato. L'esperimento moderno è una domanda posta alla natura in condizioni scelte da chi la pone, ed è un'idea che comincia a formarsi con Ruggero Bacone nel Duecento — volume terzo — e che diventa un metodo con Galileo. Vale la pena aggiungere che i medievali non erano affatto ciechi al valore dell'osservazione: le raccolte di experimenta, cioè di rimedi provati, sono ovunque nella letteratura medica. Ciò che manca non è l'attenzione ai fatti. È l'idea che si possa costringere un fatto a presentarsi.
Volume III · 29. La città delle dame
Il conflitto fra autorità ed esperienza attraversa tutto questo volume, e nell'ultimo capitolo cambia di posto. Nella scuola, auctoritas significa un testo riconosciuto: quello che ha detto Aristotele, quello che ha detto Agostino. Un argomento fondato sull'autorità è debolissimo in filosofia — lo dice Tommaso — e fortissimo in pratica, perché nessuno ha il tempo di verificare tutto. Experientia è ciò che si constata. Il capitolo venticinquesimo ha mostrato che cosa succede quando qualcuno prende sul serio la trottola che gira senza aria che la spinga: sedici secoli di spiegazione autorevole cadono davanti a un'osservazione che chiunque può fare. La scena da cui nasce la Città delle dame è esattamente la stessa operazione, applicata a un altro oggetto. Da una parte una tradizione compatta e prestigiosa; dall'altra ciò che una persona vede intorno a sé ogni giorno. E la domanda: quale delle due cede? C'è però una differenza che rende il caso più difficile di quello del sasso. Sulle donne le autorità non descrivevano soltanto: prescrivevano, e la prescrizione produceva i fatti che poi venivano citati come prova. Se si vieta a qualcuno di studiare e poi si osserva che è ignorante, l'esperienza sembra confermare l'autorità. Rompere questo cerchio richiede una mossa in più: distinguere ciò che una cosa è da ciò che le è stato fatto. È la mossa che Christine compie, ed è la ragione per cui il suo libro appartiene alla storia della filosofia e non solo a quella della letteratura. La forma di ragionamento che ne esce — ciò che sembra natura potrebbe essere storia — è una delle più potenti che l'Occidente abbia prodotto, e i volumi successivi la vedranno applicata alla proprietà, al potere, alla morale e alla religione.
Volume V · 17. La scuola e la democrazia
È la parola centrale di Dewey e quella che gli ha procurato più fraintendimenti, tanto che verso la fine della vita disse che se avesse dovuto riscrivere i propri libri l'avrebbe sostituita con cultura. Nella tradizione empirista inglese — quella di Locke e di Hume, che il volume quarto ha raccontato — l'esperienza è ciò che un soggetto riceve: sensazioni, impressioni, dati. È qualcosa che accade dentro qualcuno, ed è per definizione privata. In Dewey l'esperienza è una transazione fra un organismo e un ambiente. Non sta nella testa di nessuno: è ciò che accade fra un vivente e ciò che lo circonda quando i due si modificano a vicenda. Fare esperienza significa subire qualcosa e insieme fare qualcosa, e il legame fra i due lati è il senso stesso della parola: si impara quando si connette ciò che si è fatto con ciò che ne è seguito. Da qui la sua formula sull'educazione: si impara facendo. Che non significa tenere i bambini occupati — Dewey passò gli ultimi decenni a protestare contro le scuole che si dichiaravano sue e riempivano le giornate di attività senza contenuto. Significa che un'informazione ricevuta senza che chi la riceve abbia un problema di cui quella informazione sia la soluzione non produce conoscenza: produce parole.
Come la richiudono le mappe di fine capitolo
- Volume V · 17. La scuola e la democrazia
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Non ciò che un soggetto riceve, ma una transazione fra organismo e ambiente in cui si subisce e si fa insieme. Dewey verso la fine avrebbe preferito la parola cultura.